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Civiltà della Malga: il futuro della montagna dipende da chi continua ad abitarla

Dal Monte Grappa alle Alpi Giulie, il confronto tra malghesi e istituzioni riporta al centro latte crudo, pascoli, reddito e presidio del territorio.



Dal Monte Grappa alle Alpi Giulie, dalla Val Camonica al Comelico, malghesi, tecnici e istituzioni chiedono regole coerenti, infrastrutture, formazione e un reddito capace di mantenere vivi i pascoli

La montagna non si conserva da sola. Ha bisogno di persone che la conoscano, governino i pascoli, custodiscano l’acqua e sappiano leggere i cambiamenti del clima. I malghesi fanno tutto questo ogni giorno, spesso senza che il loro lavoro venga riconosciuto fino in fondo.

Il convegno Civiltà della Malga ha restituito un’immagine molto diversa da quella della malga intesa come semplice destinazione per una gita domenicale. Dietro una forma di formaggio, una ricotta o un pezzo di burro ci sono mesi di lavoro, problemi di accessibilità, normative sanitarie, carenza di manodopera, investimenti rilevanti, presenza dei predatori e stagioni produttive sempre più brevi.

Motore immobile dell’iniziativa è stato Bruno Bernardi, direttore di A.Pro.La.V., l’Associazione Regionale Produttori latte del Veneto. Un ruolo svolto senza occupare il centro della scena, ma costruendo le condizioni perché malghesi provenienti da diverse aree alpine, amministratori, ricercatori, tecnici e rappresentanti delle cooperative potessero confrontarsi apertamente.

Dal dibattito è emersa una convinzione condivisa: la malga è prima di tutto un presidio. Quando viene abbandonata, il pascolo arretra, il bosco avanza, il paesaggio cambia e la montagna perde abitanti, competenze e capacità di gestione.

La superficie boschiva ha raggiunto un’estensione che non si registrava dal Medioevo. La questione, però, non può essere ridotta alla contrapposizione tra alberi e pascoli. La domanda è più complessa: vogliamo tutelare soltanto la natura che avanza oppure anche il lavoro dell’uomo che, per secoli, ha costruito e mantenuto il paesaggio alpino?

Malghe

Monte Grappa, un patrimonio da rimettere in rete

Borso del Grappa conta 22 malghe, una delle quali pubblica, ma soltanto nove risultano attive. Un dato che racconta la fragilità di un sistema nel quale la presenza umana è sempre più rarefatta.

Nel territorio della Riserva della Biosfera MAB UNESCO Monte Grappa, il tema della gestione delle malghe si intreccia con quello dell’acqua, indicata come il problema principale per il futuro dell’alpeggio. Servono riserve, sistemi di accumulo, infrastrutture efficienti e una programmazione capace di tenere conto delle conseguenze del riscaldamento globale.

Altri territori alpini hanno già realizzato bacini nei quali raccogliere l’acqua proveniente dallo scioglimento della neve. Anche il Veneto potrebbe muoversi in questa direzione, affrontando il necessario confronto con soprintendenze, amministrazioni ed enti di tutela.

Non basta, tuttavia, intervenire sulle strutture. Occorre costruire una vera educazione al paesaggio, iniziando dalle scuole, e promuovere una frequentazione turistica rispettosa. Le malghe non possono essere trasformate in parchi tematici né travolte da un turismo aggressivo che consuma i luoghi senza comprenderne la funzione.

Il Monte Grappa potrebbe diventare un territorio pilota: un laboratorio nel quale sperimentare forme di collaborazione tra malghe, servizi condivisi, recupero dei pascoli e nuovi strumenti di commercializzazione.

Malghe

Il formaggio contiene molto più del latte

Dal confronto tra le diverse aree alpine è emersa una certezza: il formaggio di malga non è soltanto un alimento. Dentro una forma convivono biodiversità, razze bovine, erbe, competenze, clima, lavoro, cultura e presidio del territorio.

In Val Camonica, un’area che coinvolge 45 comuni e due province, le comunità montane svolgono un ruolo importante nel sostegno agli alpeggi. Il sistema lombardo può contare su finanziamenti specifici e su una rete territoriale particolarmente attiva.

Durante l’incontro è stato proposto in assaggio il Silter DOP, formaggio simbolo della Valle Camonica, come esempio di prodotto capace di trasformare il pascolo in racconto territoriale.

La qualità non dipende però soltanto dalla materia prima. La formazione del contadino malghese è diventata fondamentale. Accoglienza turistica, assistenza tecnica, sicurezza alimentare, gestione sanitaria e capacità di comunicare il proprio lavoro sono ormai competenze indispensabili.

Per questo è stata avanzata la proposta di costruire un fronte comune dei malghesi alpini, capace di dialogare con le istituzioni e di affrontare problemi che, pur con differenze regionali, attraversano tutta la montagna.

Alpi Giulie, collaborare oltre i confini

Nelle Alpi Giulie sono attive otto malghe, tra le quali Malga Montasio. Il territorio può contare sul sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e su una collaborazione con la vicina Slovenia, dove le difficoltà sono simili: spopolamento, innalzamento dell’età media degli operatori, costi elevati e riduzione delle persone disposte a lavorare in quota.

Stefano Santi ha ricordato come le malghe siano oggi realtà multifunzionali. Producono alimenti, accolgono visitatori, svolgono attività educativa, conservano il paesaggio, sostengono la ricerca e diventano sentinelle del riscaldamento globale.

Chi vive per mesi in quota percepisce per primo la riduzione delle risorse idriche, i cambiamenti della vegetazione, le difficoltà degli animali e l’aumento degli eventi estremi.

L’accessibilità resta un altro nodo essenziale. Strade, collegamenti, elettricità e acqua non sono privilegi, ma condizioni indispensabili per continuare a lavorare. Senza infrastrutture adeguate, anche la migliore proposta turistica rischia di restare sulla carta.

Malghe

La voce dei malghesi: passione, solitudine e conti difficili

Le testimonianze dirette hanno riportato il dibattito alla concretezza del lavoro.

A Malga Gasparini, nel territorio di Solagna, la famiglia alleva vacche Burline e Grigio Alpine e ha affrontato investimenti importanti. La clientela riconosce il valore del progetto, ma rimane forte la sensazione di essere lasciati soli. Dopo molti anni, i problemi sono spesso ancora gli stessi.

Le norme sanitarie sono stringenti, il rapporto con il Corpo forestale viene percepito come rigido, mentre le aziende sanitarie sembrano mostrare una maggiore disponibilità al confronto. Anche le organizzazioni di categoria, secondo alcuni operatori, non riescono sempre a rappresentare con forza le esigenze specifiche delle malghe.

Il reddito resta il punto più fragile. Le soddisfazioni professionali non compensano margini ridotti, stagioni corte e difficoltà nel garantire la sostenibilità economica nei mesi meno frequentati dai turisti.

A questo si aggiunge il problema del lupo. Per proteggere gli animali, molti allevamenti sono costretti a ridurre il pascolo brado e ad adottare forme di confinamento che modificano profondamente il lavoro in alpeggio.

Da Malga Londo, in Comelico, è arrivata la voce di un malghese di 34 anni. I conti tornano, ha spiegato, soltanto perché non vengono conteggiate davvero tutte le ore lavorate. Il turismo estivo aiuta, ma la stagione è troppo breve. Il numero dei capi si riduce e il rischio di abbandono cresce.

Il lavoro continua soprattutto per passione. Ma la passione, da sola, non può diventare una politica per la montagna.

Malghe

Asiago, giovani malghesi e contratti troppo brevi

A Malga Dosso, sull’Altopiano di Asiago, un giovane malghese trasforma il latte di 90 vacche producendo Asiago d’alpeggio, burro e ricotta. Metà ingegnere e metà malgaro, rappresenta quella generazione che vorrebbe restare in montagna, ma chiede condizioni più stabili.

Le malghe comunali vengono assegnate tramite gare nelle quali possono essere introdotti criteri premianti per residenti e giovani fino a 40 anni. È un’impostazione utile, ma non sufficiente.

I contratti quinquennali sono troppo brevi rispetto agli investimenti necessari. Spesso, inoltre, la durata delle concessioni non coincide con quella richiesta dai programmi di sviluppo rurale, creando una contraddizione che può bloccare interventi e progettualità.

Un altro problema riguarda i contributi della Politica agricola comune. Le risorse possono essere ottenute anche da soggetti che utilizzano i pascoli senza svolgere realmente l’attività malghiva e senza trasformare il latte.

Per i malghesi la clausola decisiva dovrebbe essere chiara: chi ottiene la gestione di una malga deve produrre formaggio, allevare vacche da latte e garantire un’effettiva presenza sul territorio. Il rischio, altrimenti, è che i pascoli diventino strumenti per intercettare contributi da parte di operatori estranei alla montagna.

Malghe

Latte crudo e fermenti autoctoni: ricerca o perdita d’identità?

Il latte crudo è stato uno dei temi più discussi del convegno. Per molti malghesi rappresenta la base stessa del formaggio d’alpeggio: senza latte crudo viene meno una parte essenziale dell’identità produttiva e culturale della malga.

Nel corso dell’incontro Federico Caner, direttore di Veneto Agricoltura, ha presentato un progetto sperimentale basato sulla selezione dei fermenti autoctoni. Il procedimento prevede l’individuazione dei microrganismi caratteristici del latte e dell’ambiente di malga, la pastorizzazione della materia prima e il successivo reinserimento dei fermenti selezionati durante la lavorazione del formaggio.

Secondo quanto illustrato, questa tecnica permetterebbe di aumentare la sicurezza sanitaria mantenendo caratteristiche organolettiche molto simili a quelle del formaggio prodotto con latte crudo.

La proposta, però, non ha suscitato particolare entusiasmo tra i malghesi presenti. Il timore è che la riproduzione controllata dei fermenti possa garantire aromi e profumi riconoscibili, ma non restituire completamente la complessità biologica e culturale di un prodotto nato direttamente dal latte crudo lavorato in alpeggio.

Anche l’Assessore Regionale all’Agricoltura Franco Bond ha manifestato alcune perplessità, ribadendo che il latte crudo deve essere difeso. Pastorizzato e crudo possono convivere, ma non devono essere confusi e il consumatore deve sapere con chiarezza quale prodotto sta acquistando.

La ricerca resta fondamentale e il progetto di Veneto Agricoltura merita di essere seguito senza pregiudizi. Allo stesso tempo, la tecnologia non può diventare una scorciatoia capace di uniformare produzioni nate proprio dalla diversità dei pascoli, delle stagioni, delle razze e delle pratiche casearie.

La sfida è trovare un equilibrio tra sicurezza alimentare, reddito e identità. Per riuscirci, istituti di ricerca, strutture sanitarie e malghesi devono lavorare insieme, partendo dalla volontà comune di evitare la chiusura delle piccole produzioni.

Cooperative e malghesi: alleati oppure concorrenti?

Latterie Vicentine ha raccontato la propria esperienza nel sostegno agli allevatori di montagna. La cooperativa raccoglie latte proveniente dalle malghe e lo valorizza attraverso prodotti specifici, tra cui Oro di Malga e l’Asiago fresco Sette Malghe, prodotto in circa 7-8 mila forme.

Il riconoscimento economico del latte può aumentare del 10%, mentre le certificazioni biologiche permettono di raggiungere valori superiori anche del 18%.

Resta però aperta una questione importante. Le latterie sociali devono limitarsi a raccogliere il latte oppure possono diventare piattaforme commerciali per i formaggi prodotti direttamente dai malghesi?

Il rischio di concorrenza esiste, ma potrebbe essere superato da una strategia condivisa. Le cooperative dispongono di strutture commerciali, logistiche e distributive che il singolo malghese difficilmente può costruire. Metterle a disposizione delle produzioni d’alpeggio potrebbe rafforzare entrambe le parti.

L’operazione è complessa e può apparire antieconomica, soprattutto in presenza di piccole quantità e produzioni molto diverse. Proprio per questo servono progettualità comuni e una distinzione chiara tra il latte raccolto in malga e il formaggio prodotto direttamente in alpeggio.

Settecento malghe venete e molti problemi aperti

In Veneto sono presenti circa 700 malghe. La Regione ha previsto una delibera da 1,5 milioni di euro destinata a interventi per elettricità, acqua e protezione dagli animali predatori.

È un primo passo, ma il confronto ha indicato molte altre priorità: concessioni più lunghe, criteri di assegnazione coerenti, recupero dei pascoli, gestione forestale, infrastrutture, riserve idriche, sostegno ai giovani e misure specifiche per chi produce realmente latte e formaggio.

Anche il numero eccessivo di strumenti del PSR viene percepito come un ostacolo. Meno misure, più chiare e maggiormente adatte alla realtà delle malghe, potrebbero rendere gli interventi accessibili anche alle aziende più piccole.

Tra le ipotesi emerse anche quella di accorpare alcune malghe per aumentare il numero dei capi e migliorare la sostenibilità economica. Una soluzione da valutare con attenzione, perché la ricerca dell’efficienza non può cancellare la varietà delle comunità e dei territori.

Servono Stati generali delle malghe

Il messaggio finale di Civiltà della Malga è netto. Le difficoltà degli alpeggi non possono essere affrontate separatamente, comune per comune o regione per regione.

Servono veri Stati generali delle malghe, capaci di riunire malghesi, amministrazioni, tecnici, veterinari, ricercatori, comunità montane, cooperative e operatori turistici.

I temi sono già sul tavolo: reddito, durata delle concessioni, acqua, energia, viabilità, recupero dei pascoli, gestione del bosco, predatori, latte crudo, formazione e commercializzazione.

Occorre soprattutto riconoscere che la malga non è un residuo del passato. È un modello di gestione territoriale ancora attuale, capace di produrre cibo, paesaggio, biodiversità, cultura e sicurezza ambientale.

Quando un malghese abbandona, non chiude soltanto un’attività. Si spegne un presidio, il bosco conquista nuovi spazi e la montagna diventa più fragile.

Difendere la civiltà della malga significa quindi scegliere quale futuro dare alle terre alte: non una montagna immobile o trasformata in scenario turistico, ma un territorio abitato, produttivo e consapevole del proprio valore.

Prossimo appuntamento importante a Sutrio il 25 ottobre con Formandi, l'evento di valorizzazione del Formaggio di Malga.

In Carnia ci confronteremo su economie, turismi e sostenibilità, anche economiche.

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